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LA FAMIGLIA SENZA VIRGOLETTE

di Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari

 

Il prof. Zagrebelski su queste colonne (La Stampa del 27/3/2012 ndr) ha proposto alcune riflessioni sulla sentenza del Tribunale di Reggio Emilia che ha concesso il permesso di soggiorno “per ricongiungimento familiare” ad un cittadino extracomunitario coniugato in Spagna con un cittadino italiano. L’articolo ripercorre i criteri e i legami tra giurisprudenza nazionale e legislazione europea, e conclude con un richiamo al Parlamento a prendere una decisione perché “regoli una buona volta la materia”, che secondo Zagrebelski significa “riconoscere e disciplinare le unioni omosessuali”. Ma nel testo le argomentazioni oscillano tra matrimonio, coppia, unione, famiglia, in una ambiguità che rende tutto uguale a tutto e che soprattutto genera un corto circuito generale tra legislazione nazionale, prescrizioni europee, aspetti sociologici e “punti di vista”. Il titolo stesso dell’articolo, “Anche quella omosessuale è “famiglia”, con le virgolette attorno alla parola famiglia, evidenzia che qualcosa non quadra.  Tre principali considerazioni pensiamo possano contribuire al dibattito.


In primo luogo, prima di entrare nel merito della questione “identità giuridica della famiglia” nel nostro Paese, conviene ricordare che il ricongiungimento familiare è per noi – e per l’Italia – un potente strumento di promozione dell’integrazione sociale e di regolazione virtuosa dei flussi migratori di una società che sempre più diventa – fortunatamente – interculturale: la migrazione “a misura di famiglia”, soprattutto con bambini, è più stabile, più dialogica, e porta nel nostro Paese la ricchezza di altre culture, nell’incontro con la nostra cultura. Però – qui sta il punto – l’identità della famiglia viene definita qui, nel nostro Paese, dal nostro sistema giuridico. Dispiace quindi che un valore forte, come il “ricongiungimento familiare”, venga distorto per sostenere i presunti “diritti familiari” di situazioni che devono essere “riconosciute” dalla legge del Paese ospitante.


Ma questo seconda argomentazione è ampiamente riconosciuto proprio dalla normativa europea sulla libera circolazione delle persone, invocata proprio dal giudice di Reggio Emilia, la quale rimanda con chiarezza la definizione di famiglia alla legislazione del Paese ospitante: il diritto dei cittadini dell’UE e dei loro familiari di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri e riconosciuto al “partner che abbia contratto con il cittadino dell’Unione un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante”.Questa è legge, che rispetta il principio di sussidiarietà (la legislazione europea non prevarichi quella nazionale sulle competenze riservate ad essa), ed è un’affermazione inequivoca, contrariamente a quanto affermano i giudici. E a quanto consta, in Italia non è regolamentata l’unione registrata, o almeno non ancora. Ma lo stesso prof. Zagrebelsky, nell’articolo in questione,  riconosce che le più Alte corti nazionali quando affrontano la questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso fanno riferimento all’articolo 2 della Costituzione (“formazioni sociali”) e non già all’art. 29 (“famiglia società naturale fondata sul matrimonio”). Altrettanto correttamente afferma che in virtù del divieto di ogni discriminazione è vietato trattare casi uguali in modo diverso: “ogni differenza deve essere fondata su una differenza rilevante della situazione disciplinata”. Quindi come poter invocare il “ricongiungimento familiare”, in questo caso? Diverso, e non lo diciamo solo noi ma anche le istituzioni e la stessa Consulta, è il caso delle unioni civili, comprese quelle omosessuali, che non sono famiglia ma “formazioni sociali”. Appunto, casi diversi.


La terza e conclusiva riflessione riguarda pertanto la necessità di denunciare la progressiva “invasione di campo” da parte del Parlamento europeo, nell’insistere sulla richiesta agli Stati membri di riconoscere le coppie omosessuali e di equipararle alle famiglie; non sussiste alcun obbligo per gli Stati membri di regolamentare o equiparare le unioni di fatto anche omosessuali alla famiglia fondata sul matrimonio. Non è previsto né dai Trattati, né dalla Carta europea dei diritti dell’uomo né dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. Quindi, come già nell’infausta risoluzione approvata lo scorso 13 marzo, anche nella prossima plenaria il Parlamento europeo rischia di esulare dai propri confini senza che sia previsto dal Trattato. Infatti nascosto in una apparentemente innocua relazione sulla cittadinanza dell’Unione è stato inserito un richiamo a quegli Stati membri che non riconoscono né equiparano le coppie di fatto e le unioni omosessuali alla famiglia tradizionale. Neanche la necessaria armonizzazione dei sistemi giuridici europei o l’esercizio di un diritto può scardinare i principi costituzionali di ciascuno Stato e cancellare il fondamentale principio di sussidiarietà, avocando all’UE la sovranità delle Nazioni europee. Semplicemente, l’Ue non è competente in materia di diritto di famiglia.


E’ sempre possibile regolare le relazioni private tra gli individui, combattendo pregiudizio e discriminazione, anzi è un dovere di uno stato moderno: ma non è possibile pretendere che questa regolazione di “scelte di vita privata” conduca a ridefinire (o peggio, cancellare) lo specifico identitario della “famiglia” nella storia e nel diritto positivo di un popolo. Su questo la giurisprudenza dovrebbe fare un passo indietro.

Wednesday the 20th. Forum delle Associazioni Familiari CF. 94154640489, Via di Villa Demidoff, 64d
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